Critica

“… È evidente una tensione che spinge, o piuttosto attira, l’immagine fuori dall’informe verso una rappresentatività, ancorché allusiva, oggettiva. Non può quindi mancare un rapporto paesaggistico che si complica di riferimento tra il narrativo e il mistico …”

Giannetto Fieschi – Genova, 17 febbraio 1985

 

“… Beppe Iovio ha esposto alcuni oli in cui coniugava il metafisico con il figurativo, un figurativo teso alla contemplazione di distese dimensioni in cui mare e terra si alternano e vicendevolmente si compenetrano. …”

Aldo Lucchetti – La Rua – Vicenza, giugno 1988

 

“… Impegnarsi sullo studio del colore è per Giuseppe Iovio una dichiarazione di fede al cromatismo vivace ed acceso cui egli assicura la presenza del ricordo. Risponde così alla memoria con forme essenziali che ama rinnovare tra cifre di alberi e di moli, di mura e di barche, fonti di ispirazione evidenziate sugli sfondi dalle tinte compatte ed intense. …”

Maria Lucia Ferraguti, La Domenica di Vicenza – Vicenza, 14 ottobre 2000

 

“… Ricerca di comunicazione attraverso i parametri della nostra esistenza che sono lo spazio e la luce, la luce che cambia in uno spazio in eterno divenire. … Gli accostamenti dei colori – un rosso con un blu – vogliono creare tensione nell’immagine e il paesaggio assume, così, significati che compenetrano il narrativo e il mistico. … Il segno e il colore si fanno atmosfere evocative e fantastiche in una natura che, vissuta come ambiente proprio dell’umano, fa affiorare sentimenti e caratteri nostalgici. …”

Annalisa Tosato – Vicenza, ottobre 2000

 

“… Artista solitario quasi misterioso al di fuori dei canoni consueti identificativi di qualche corrente. … Ciò che scopre è una strada autonoma che spazia dall’astrattismo al figurativo con echi a volte di un classicismo di altri tempi. … I suoni del passato si espandono nel presente. … La discesa agli inferi dell’essere umano o meglio della sua anima riporta a galla il senso del peccato così come la teologia cristiano-cattolica l’ha sempre rappresentato nell’iconografia più classica e con questo linguaggio è stato descritto nella divina commedia. … Possa l’artista con la mediazione della sua pittura condurvi nelle strade che sceglierete. …”

Ivano Mercanzin – Alte Ceccato, 29 novembre 2002

 

“… Vi è nella sensualità una sorta di allegrezza cosmica. Così Jan Jon indica l’adesione dei sensi dell’artista alla sua opera. Ed è questa la prima, immediata sensazione che suscitano i lavori di Beppe Iovio. … L’inferno dantesco, paesaggi, figure, omaggi a Vicenza, omaggi ai suoi maestri spirituali, fra cui, con orgoglio e riconoscenza da parte mia, ha voluto includermi. … Allegria come felicità espressiva, come maturità concettuale, come amore per la vita, come sensualità cromatica, come eros nelle curve che contornano le forme. … I colori sono morbidi e intensi, si abbracciano l’uno all’altro, per contrasto o assonanza, come spinti da una forza che tende all’armonia, come le note musicali d’una canzone dolce e incantata. … Il mostro abbranca la vittima perdendosi in essa che, a sua volta, lo respinge e lo accoglie. … Il paesaggio marino ove regna una pace incantata, ove le emozioni si danno tregua come i gabbiani, stremati dalla caccia, si fanno cullare sul filo dell’onda.”

Vincenzo Ursoleo – Vicenza, 30 novembre 2002

Sulla mostra: “Sentieri dell’animo”

“… Abbiamo lasciato Beppe nell’ultima mostra di quattro anni fa immerso nell’inferno dantesco, nella rappresentazione del peccato, nell’uso spesso di colori intensi, infuocati come il racconto di una forma dirompente e spaventosa. Lo ritroviamo oggi con le crocefissioni, con la rappresentazione della religione cattolico-cristiana nel suo momento più alto. … Tutto ciò porta Beppe a trasformare i colori della tavolozza quasi rarefacendoli, lasciando addirittura alcune opere apparentemente incompiute ma forse più complete di altre perché è attraverso la mediazione interiore di chi guarda che le nostre più profonde emozioni completano il quadro. Tornando alla delicatezza della tavolozza questa è ancora più esplicita nei paesaggi dotati di una leggerezza e di una impalpabilità da renderli quasi irreali come fluttuanti nell’aria. Un percorso importante quello compiuto da Beppe, una ricerca interiore per aiutarci a riscoprire dentro di noi nella parte più profonda, nelle pieghe della nostra anima il senso del nostro divenire. …”

Ivano Mercanzin – Vicenza, settembre 2006

 

“… Filtra la memoria nei luoghi della fede e del mito e, attraverso velature ed essenzialità di forme, fissa in composizioni richiami architettonici, riscopre piante di città, accede a vestigia del passato attraverso un colore diafano, talora più intenso perché acquistino voce, una volta estratti dal vocabolario della storia. …”

Maria Lucia Ferraguti – La Domenica di Vicenza – Vicenza, settembre 2006

Sulla mostra: “Paesaggio”

“… Il segno si è fatto ancora più delicato, è quasi scomparso per lasciare il posto ai giochi di luce tra il cielo e la terra tagliati quasi a metà da un orizzonte di forme e sagome che richiamano città immobili, silenti, lontane quasi evanescenti nella loro immobilità. Le pennellate sono più sapienti, più mature creano vortici di luce che trascinano l’occhio dello spettatore all’interno dei loro mulinelli cromatici. L’effetto che si prova è quello dello straniamento, dello scomponimento che ti spinge o ti trascina e ti fa entrare in quel mondo lirico, dove ogni cosa è più leggera. Non sono semplici paesaggi ispirati alla natura o alla città, ma veri e propri paesaggi dell’anima dove il forte richiamo e l’attrazione che si prova sono quelli di un coinvolgimento dei sensi e della parte profonda del nostro essere. Ma è un piccolo quadro forse poco appariscente magari passato inosservato in cui incontriamo la summa di ogni lirismo e poesia: s’intitola verso sera ed è qui dove il segno lieve e delicato diventa pura poesia. …”

Ivano Mercanzin – Vicenza, dicembre 2007

 

“… Pochi i temi nelle opere di Giuseppe Iovio: il profilo di un’ignota città sull’orizzonte e l’alleanza con ostentate vestigia d’edifici per richiamare il passato, essenzialità dei soggetti resi in lontananza chiedono la messa in scena della vastità dello spazio in primo piano. Ancora, Iovio introduce alcuni segni lievitanti, cui si delega il compito di graduare la visione, di movimentarla con effetti cromatici. …”

Maria Lucia Ferraguti – La Domenica di Vicenza – Vicenza, 15 dicembre 2007

Sulla mostra: “In viaggio”

“Quello che in alcune opere di Giuseppe Iovio di più mi ha colpito è che esse esprimono – o, meglio, evocano in me – tutto, ma proprio tutto di questo nostro tempo, della nostra era di “necessario” progresso.

Miraggi, Fate Morgane di città giganti, sospese lontane nell’infinito, disperse con colori evanescenti ma violenti tra terra e cielo, che evocano sogni, architetture geniali, ma allo stesso tempo immani tragedie umane che caratterizzano la nostra epoca… cemento, cemento, cemento…, 11 settembre…, enormi ricchezze e inimmaginabile povertà, privilegi, emarginazioni, discriminazioni…

Condizioni di vita difficilissime. Nomadi donne del Madagascar dove, come in troppi Paesi di questo nostro pianeta, la sopravvivenza è un problema quotidiano. Una accanto all’altra, immerse nella fumosa nebbia della nostra dimenticanza, esse appaiono schiacciate sotto i loro mantelli a condividere, una appoggiata all’altra, tragedie, incertezze, carestie.

L’umana solitudine. Quella struggente di un vecchio e solo prete di campagna, resa con tratto sensibile, esile e delicato, che colpisce il cuore, che fa riflettere sulla solitudine nella quale la nostra “civiltà” relega e abbandona troppa e troppa gente, tra cui numerosi anziani che ormai non servono più. Il Cristo inchiodato in croce (in Terra, quelli inchiodati in differenti modi sono tanti… guerre, fame, sete, sfruttamenti di ogni genere, estrema povertà, malattia, sofferenze, e tante altre croci ancora) tra due ladroni, avvolto nella “nube oscura” a indicare la consolante divina presenza nel buio terribile e tragico di questo mondo.

Penso che l’arte non può essere definita tale se non evoca, se non suscita nell’animo emozioni e qualcosa nelle coscienze.

E Giuseppe Iovio, con la tastiera delle sue mille e differenti penellate, riesce per davvero a suscitare, a evocare.”

Nelda Vettorazzo – Roma, novembre 2008

 

IN VIAGGIO

Viaggio come spostamento da un luogo ad un altro,
viaggio come passare da una dimensione ad un’altra,
spazio-tempo, spazio-luogo,
viaggio all’interno di noi stessi,
viaggio all’esterno di noi stessi,
viaggio come nascita,
ultimo viaggio.

In questa MOSTRA l’artista a più livelli
evidenzia il suo essere esploratore
del nostro essere e del nostro divenire.

Ciò si manifesta in molte sue opere,
che abbracciano più temi delle sue esperienze:
il paesaggio, il mare,la natura, la città di provincia,
la metropoli caotica, le religione, l’11 settembre e per finire Madagascar.

Forse quest’ultimo rappresenta la summa dell’artista,
dove il viaggio apparentemente alla scoperta di un nuovo luogo
si dissolve nel viaggio all’interno di se stesso
a cercare di capire il senso della vita.

Ma pur toccando argomenti seri e profondi,
nella sua pittura prevale la levità, la leggerezza,
la velatura, quasi l’acquerello,
dando alla sua pittura un senso di poesia e di lirismo
che trasmette una sensazione di sogno, d’irrealtà,
che trasporta l’osservatore nella leggerezza del volo.

Ivano Mercanzin – Ottobre 2008

 

Emozioni….”In Viaggio”: È lo splendido scenario del Centro Russia Ecumenica di Borgo Pio a Roma a fare da sfondo in questi giorni alla mostra del pittore vicentino Giuseppe Iovio. La collezione di 40 opere è dedicata al Sinodo dei vescovi che si sta svolgendo nella Capitale. Il pittore berico ha così voluto rendere omaggio ai vescovi di tutto il mondo che portano un messaggio di pace, rispetto e fratellanza tra i popoli. “In viaggio” assume così il fascino di una originale rassegna di quadri che vogliono rispecchiare attraverso l’arte della pittura questi valori universali. Tra le icone religiose e i numerosi libri del centro, diretto da Don Sergio Mercanzin, a poche centinaia di metri dal Vaticano, è così possibile scorgere le opere di Iovio che rappresentano varie tematiche. Si inizia con “Angelino” per ricordare l’amico fraterno con il quale si inizia appunto il viaggio della vita – ha detto Giuseppe Iovio -. “Scavi a Pompei” è un percorso nella storia attraverso i resti di città seppellite sotto strati di cenere e fango. “Prete di campagna/Crocefissioni” è un tragitto dal dolore alla morte, alla risurrezione. “Città sull’acqua” rappresenta invece il mare da attraversare per arrivare a casa, mentre “New York – 11 Settembre” è il cammino della vita rivista negli ultimi secondi prima della tragedia. La mostra di Iovio si chiude infine con un ultimo affascinante viaggio di speranza, dopo un’esperienza del pittore in un’isola africana. ” Grazie ai quadri di “Madagascar” sono tornato indietro nel tempo – ha detto Iovio – per poi tornare in mezzo al vocio dei vasa (uomini bianchi come li chiamano in Africa) e credere veramente nell’amicizia, rispetto e fratellanza quali valori universali che la pittura mi permette di rappresentare”.

Matteo Finello – Il Giornale di Vicenza – ottobre 2008

ROMA : A BORGO PIO UNA MOSTRA DEDICATA AL SINODO DEI VESCOVI.

Al Centro Russia Ecumenica le opere dell’artista Giuseppe Iovio

Si intitola ‘ In viaggio ‘ ed è dedicata ai 250 vescovi di tutto il mondo, che domenica scorsa hanno aperto solennemente il sinodo alla presenza del pontefice, la mostra delle opere dell’artista vicentino Giuseppe Iovio. Le opere sono in esposizione fino alla conclusione del sinodo presso il centro Russia Ecumenica. I lavori, come sottolinea l’artista, vogliono essere un omaggio a tutti i vescovi del mondo in un ideale abbraccio con tutti gli esseri umani che loro rappresentano. Anche per questo il ricavato della mostra è destinato all’ampliamento dell’ospedale Candide in Madagascar.

Adnkronos – Roma, 7 ottobre 2008

Sulla mostra: “Del paesaggio o della nostra storia”

Immagini – affioranti dal ricordo – di luoghi reali appartenenti alla memoria e spazialità care alla soggettiva sfera emozionale si materializzano in rappresentazioni pittoriche. Tutto ciò sintetizza la cifra conduttrice di questa mostra incentrata sulla rievocazione di particolari territori: quelli fisici e quelli paralleli, introspettivi, dell’anima. ”Del paesaggio o della nostra storia”. Equivalenza terminologica dunque, affermazione perentoria: l’estensione del territorio con il quale s’interagì in tempi remoti è indissolubilmente e intimamente avvinta alla nostra personale esperienza di individui dotati di particolare unicità. Ricostruzione di una mappa geo-affettiva, quindi. Giuseppe Iovio, tramite l’afflato poetico di autentico artista visivo, ne è perfettamente conscio. Ecco sorgere quindi Venezia, prima tappa di questo accattivante itinerario topografico. Una città morta, sintetizzata nei suoi aspetti essenziali, un topos vissuto e rielaborato grazie ad un’autentica e abissale ricerca intimistica. La tecnica utilizzata è quella dei pastelli; abbozzi di vedute talora placidi e talvolta frementi si susseguono, in una serie di impressioni che poco credito elargiscono all’intenzione di pura ricerca mimetico imitativa. Non è la fedeltà reale che interessa, bensì la somma degli elementi che, emersi dalla reminiscenza intrapsichica, si dispongono sulla superficie pittorica rispettando un ordine di priorità del tutto soggettivo e unico. Le cupole moresche di piazza San Marco, il campanile, la riva degli Schiavoni, tutto è proposto quasi indistintamente, e il riguardante si fa spettatore di un sogno, di un’estasi vissuta dall’artista, di una rimembranza alimento primo dell’interiorità. Il percorso prosegue, lungo itinerari reconditi per noi ma ben palesi alla fervida mente di Iovio, e approda alla ”Collina dei padri”. Cromìe accese, toni sgargianti e accostamenti audaci ci introducono nel luogo della rievocazione più caro all’artista: quello ove avvenne la sua formazione, ove si sperimentò il suo veritiero vissuto, il trascorrere dell’infanzia. Il superbo paesaggio campano totalizzante si fa marcatamente risonante di natura pura, cielo, mare, colline. Le campiture sono vaste. È qui che la pittura si eleva al vertice, nell’immensità evocativa di un luogo impresso, oserei affermare saldato, nella memoria e sublimemente amato, adorato; presenza immanente. Di pochi elementi figurativi sono composti i dipinti. La sintesi operativa veneziana è nuovamente presente – pur se con intenzionalità differente – e rigorosamente selettiva è la scelta dei vari aspetti peculiari dei paesaggi raffigurati. Assale una bramosia di viverli realmente questi spazi tanto sono lucenti, positivi, prepotenti. La natura è intimamente correlata all’uomo e l’empatia che in maniera automatica usualmente si instaura fra acrocosmo e microcosmo qui risolve quasi nell’affermazione di un assetto simbiotico fra i due poli necessari e complementari. Uomo e Natura/Dio: estrema sintesi di matrice fondatamente romantica. La resa tecnica – questa volta il colore è acrilico – accentua la dimensione ampia e ariosa dell’insieme, saliente è l’impronta cromatica, viva di un’aerata lucentezza determinata dai forti contrasti dei quali è animata la sofferta superficie della tela. Come può risolversi complessivamente questa ricerca artistica se non nell’approdo al limite dell’astrazione? È qui appunto che si giunge. Il linguaggio non-oggettivo puro è dichiaratamente estraneo alla concezione espressiva di Iovio, lo asserisce perentoriamente la sua idea di rimanere fedele al seppur minimo lacerto di riconoscibilità della sostanza da rappresentare, eppure nella terza sezione dell’esposizione siamo quasi vicini alla dissoluzione della forma. La materia si fa sciolta e disinvolta, agìta per velature, sovrapposizioni; permangono persino tracce di matita, impalcature delle invisibili coordinate costruttive della potente architettura sottesa all’insieme di ogni singola immagine. Può la morfologia paesaggistica avere un’espressione dolente, gioiosa, euforica, melanconica, mesta? Giuseppe Iovio, artista sinceramente dotato di originalissimo spirito creativo, sembra rispondere affermativamente a tale questione essenziale. Ed è proprio siffatta credenza che esclude, almeno momentaneamente, l’inserirsi della figura umana nell’opera pittorica del nostro autore. Protagonista è dunque l’osservatore esterno, coinvolto, partecipe e attivo regolatore dell’immagine pensata e osservata. Costui, nell’esaminare, aspetta il compiersi di un qualcosa di indefinibile, di sospeso, una necessità che deve pienamente risolversi. Da queste sfere si matura quell’attesa di orientamento metafisico che sembra essere tanto familiare a Iovio e che conseguentemente viene ‘tradotta’ pittoricamente secondo modalità conformi e aderenti alla più pura trasposizione. Attesa che non è mai indolenza o puro attendismo fatalistico e passivo. Un fenomeno di natura, attenendoci al criticismo gnoseologico kantiano, può assumere caratterizzazioni risolventi nelle categorie estetiche di giudizio denominate ‘piacevole’, ‘bello’, ‘sublime’. Ecco, il visitatore di questa mostra, facendo ricorso alla propria predisposizione recettiva, al proprio sentimento, intelletto e ragione, potrà valutare e riconoscere – nelle opere qui presentate – ancora una volta il miracolo della manifestazione dell’estro e la tensione che conduce verso tutto ciò che trascende la conformità e il banale del quale siamo saturi.
Gilberto Weinberg – Vicenza, 9 settembre 2011

Ho iniziato con l’osservare le Venezie per capire come mai Giuseppe Iovio, artista da sempre originale e costantemente in bilico tra il figurativo e l’astratto, e per questo unico, fosse approdato in questi paesaggi che da un primo sguardo, sembrano delle Venezie apparentemente classiche. Poi lo sguardo approfondisce , ”sente” , e ritrovi quelli echi che accompagnano da sempre la sua pittura e come d’incanto emergono i colori sofferti del cielo, un cielo arrabbiato e i suoi raggi di luce sembrano incidere e lasciare in noi spettatori una scia di dolore, come frecce che entrano taglienti nelle nostre anime lasciandoci stupiti. In due piccole venezie però emerge la pace , quella quiete dopo la tempesta delle emozioni che a volte ricerchiamo come se il mare placido che ci culla e ci accompagna, con un abbraccio affettuoso ci depositasse a riva esausti e sfiniti. I ricordi entrano prepotenti , ricordi di anni passati ,ormai lontani, quando sradicati dalle proprie origini si è stati catapultati in nuovi paesaggi e nuovi affetti come naufraghi approdati nell’isola ( il viaggio dal sud al nord della nuova vita) e queste forti emozioni, mai sopite, si traducano in quella forza rabbiosa delle strisce di cielo. Poi , dopo anni , ritrovare la pace rappresentata dalla Venezia bianca avvolta dalla nebbia, trasognante e onirica che galleggia nell’aria, sospesa nel cielo. Proseguiamo il nostro viaggio e arriviamo nel Mediterraneo, dove il registro cromatico vira in altre direzioni spinto dai contrasti di luce, dal caldo, dagli odori e dai sapori che emergono dalla tavolozza carica di passione ma anche di solitudine o forse di melanconia, come ” l’attesa ” per esempio rappresentata da un albero solitario che si erge con forza in un paesaggio rarefatto, metafisico, irreale, surreale. Ecco gli altri due ” paesaggi con albero solitario ” dove forme, colori, velature creano un altro livello di profondità, una terza dimensione dello sguardo che cerca di andare oltre, una nuova definizione della realtà, la metafisica per l’appunto . E ancora scogliere con alberi abbarbicati che con forza resistono alle forze della natura come l’animo umano alle avversità della vita, e poi isole , Itaca , il ricordo di un viaggio , agglomerati di case , villaggi della memoria. Qui le correnti artistiche si mescolano e si miscelano, metafisica, surrealismo, espressionismo, impressionismo e come un cocktail di colori assaporiamo l’originalità di un gusto unico e inimitabile. Il mare, quasi sempre presente, a volte fa capolino come se in maniera delicata, quasi timida volesse far sapere della sua presenza; il mare come viaggio, come ricordo, come nota di colore, il mare come nostalgia , quella nostalgia che arriva poi ad esprimersi compiutamente nella ” collina dei padri ” dove la forma scompare lasciando spazio a note di colore, pennellate impressioniste – espressioniste delicate ma a volte anche violente a formare in un piccolo quadro il grande ricordo delle nostre origini e delle nostre radici, dove è impiantata la nostra forza.

Ivano Mercanzin – Settembre 2011

Ritorniamo a sognare mondi inesplorati

Giuseppe Iovio ci strappa dalle nostre comode abitudini e ci spinge a riflettere, a guardare con occhi diversi l’orrore che ci assale quotidianamente, violenze che turbano le nostre coscienze, brandelli di storie , attimi di vissuto che sono triturati, assimilati , ingoiati e digeriti dalla nostra indifferenza , vitale a volte e necessaria alla nostra sopravvivenza.

In che modo, dicevamo, Giuseppe Iovio ci fa pensare: gettando nello stagno della nostra indifferenza il sasso della fantasia, del gioco , del colore, di tutto quel mondo di felicità che era nostro nei primi anni della vita, quel fanciullo caro al Pascoli che ognuno di noi dovrebbe serbare sempre dentro di sé , quel fanciullo che ci porta ancora a gioire di una giornata di sole, della primavera che anima la natura, del vento tra i capelli, dell’odore del mare, della neve che ovatta ogni suono, della nebbia che raggela il nostro sentire, di una serata con amici a parlare del tutto o forse del niente…e tanto altro.

Insomma Giuseppe Iovio ci raccomanda di non perdere il gusto dei colori e del loro calore e soprattutto il suo monito è:

“Ritorniamo a sognare mondi inesplorati”

Ecco questo è quello che potete vedere e sentire nei suoi quadri , c’è tutto quanto è stato scritto, ma farvi trascinare dai suoi colori e dalle sue forme è il modo migliore per entrare dentro il suo mondo e lasciatevi trasportare come figure svolazzanti di Chagall o come Peter Pan alla ricerca dell’Isola che non c’è.

Ivano Mercanzin http://www.ivanomercanzin.it – Gennaio 2015

Sulla mostra “Pittura, un sogno”

Giuseppe Iovio nasce a Casola, frazione di Domicella di Avellino. A 7 anni si trasferisce con la famiglia a Vicenza e qui durante le scuole medie incontra due insegnanti la pittrice e poetessa Nerina Noro e Giuseppe Magnabosco che intuiscono la predisposizione del ragazzo al disegno e la sostengono. Nelle estati, di ritorno nel paese d’origine, frequenta lo zio, Luigi Annunziata, artista e poeta, docente di disegno dal vivo all’Istituto d’arte di Napoli, autore di affreschi nelle chiese di Palma e di Carbonara e di numerose tele dove ha raccontato il mondo dei contadini, umanità sofferente ma non rassegnata.
Nel 1977 conosce Vincenzo Ursoleo, attivo a Vicenza già da alcuni anni come maestro d’arte e interprete di un’arte figurativa di memoria di paesaggi marini, di terre, di ulivi, di cavalieri e di donne immersi in atmosfere mitiche. Per Iovio è questa, artisticamente parlando, la svolta. Inizia con il maestro Ursoleo corsi di tecnica del colore per due anni e poi ancora altri corsi e avvia così il suo cammino.
Ha esposto in differenti centri del Veneto e d’Italia. Il suo studio è a Vicenza in via Fusinieri.

La pittura di Giuseppe Iovio ha attinto e attinge al mondo dei sogni, quella dimensione che si alimenta con le sensazioni, i ricordi, i pensieri e le fantasie che l’inconscio impasta e rielabora restituendo un’altra realtà.
Se il sogno ha ispirato la narrazione, i colori ne sono stati gli interpreti. Nelle sue raffigurazioni prevalgono le tinte calde dei rossi, degli aranci e dei rosa, intrecciate alle fredde e tutte sfumate nelle diverse tonalità. Attraverso il colore l’artista dà forma a figure umane ora fissate nel loro enigma ora vibranti nelle travolgenti passioni dell’amore e dell’orgoglio. I colori distesi con pennellate vigorose si accendono negli ocra caldi e nei rossi, giocano con i grigi, si abbracciano agli azzurri e s’incupiscono nei neri per descrivere i paesaggi urbani delle città, per illuminare i tramonti e per carezzare le marine. Oppure i gialli, gli azzurri e i rossi diventano discreti, sottili, leggeri per creare atmosfere silenziose, sospese, essenziali, rarefatte e incantate. In quasi tutti i lavori di Iovio ritornano due forme, un albero e un sole, che sono sì elementi di equilibrio nella rappresentazione pittorica ma costituiscono anche simboli vitali di luce e di speranza, presenze rassicuranti che consentono cosi all’artista di trovare la sua felice espressione nella piena conoscenza e nel gioco festoso dei colori.

Maria Luigia De Gregorio – Ottobre 2020